WORKAWAY

IL NUOVO MONDO DEL VOLONTARIATO ALL’ESTERO

 

 

 

Ho Chi Minh City, Vietnam. Maggio 2018

 

 

 

Ho sempre sentito parlare di Workaway da youtubers, backpackers e bloggers di viaggio, ma soltanto quest’anno mi sono convinto a dargli una chance ed iscrivermi al sito.

A cinque mesi dal mio arrivo in Vietnam, ho raccolto opinioni ed esperienze (di prima e seconda mano) in merito a questa piattaforma, sulla bocca di giovani e adulti di tutto il mondo.

“Dove si può andare con Workaway? Quali sono i costi? Ma soprattutto, di che cosa si tratta?

 

Workaway 1 1024x681 - Workaway: il nuovo mondo del volontariato all'estero

 

Come nasce Workaway

Hawaii, primi anni novanta. David Milward, inglese, è in viaggio da qualche settimana nel “Paradiso del Pacifico”, quando decide di prolungare la sua permanenza in ostello in cambio di ore di lavoro davanti e dietro la cassa. “Un modo come un altro per viaggiare low-cost”, pensa forse all’inizio. Una volta rientrato negli UK, però, David si accorge che il volontariato all’estero è in realtà molto più che semplice risparmio – è conoscenza, amicizia, un autentico “bagno” nella cultura locale. Così decide di mettersi all’opera.

L’obiettivo di David è infatti creare un network per connettere “hosts” e “guests”, ovvero famiglie e piccole imprese con viaggiatori disposti, appunto, a dar loro una mano. Inizia in piccolo, dal salotto di casa, offrendo una stanza in cambio di qualche ora di lavoro in giardino. Più tardi allarga la rete di contatti, mette in piedi un primo database, e finalmente nel 2002, in piena fase di espansione di internet, David lancia ufficialmente il sito Workaway.

 

Quali sono i lavori richiesti?

Oggi, a oltre quindici anni da quella data, Workaway è arrivato a ospitare circa 35mila hosts sparsi in 170 paesi. I lavori richiesti sono i più disparati: dal giardinaggio al dog-sitting, dal house-keeping all’insegnamento, dalla manutenzione al front office in ostello. In cambio di quattro o cinque ore di lavoro al giorno, i volontari ricevono un posto letto nella struttura ospitante e due/tre pasti completi (e, qualche volta, anche pocket money).

Con questo sistema, il network consente di trattenersi in un paese estero minimizzando i costi, entrare in contatto con lavoratori e realtà locali, migliorare o imparare nuove skills lontano da casa, e ottenere un attestato di volontariato – qualcosa che, specialmente per i più giovani, a curriculum non guasta mai.

 

Quali, invece, le mete disponibili?

Beh, come detto, 170 paesi nel mondo: c’è solo l’imbarazzo della scelta! Giusto per fare qualche esempio, con Workaway è possibile lavorare in alberghi in Malaysia, come au paire in Islanda, partecipare a progetti ecologici in Argentina o in Uganda, insegnare inglese in Giappone, cercare oro in Alaska o raccogliere frutta nei villaggi ai piedi dell’Himalaya.

Vi racconto questa: durante il mio roadtrip in Cambogia ho conosciuto una coppia, lui messicano e lei tunisina, in viaggio da oltre due anni. Dopo essersi incontrati in Korea, i due hanno usato Workaway per lavorare e vivere in Cina, Laos, Thailandia, e infine Koh Rong. Sull’isola avevano vitto ed alloggio pagato, in cambio di turni da mezza giornata a servire cocktail su una spiaggia tropicale – alla faccia dello stress da lavoro, insomma!

 

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Come ci si registra al sito? E quanto costa?

Iscriversi alla piattaforma è facilissimo. Quando si crea l’account – si deve essere maggiorenni per farlo – viene richiesto di registrarsi come singolo o come coppia. Il costo per utente singolo è 30€/anno, per le coppie invece 39€/anno. Inseriti info personali e dettagli, è possibile quindi pagare con carta di credito o Paypal.

Non appena creato il profilo, ogni utente può accedere al database ed entrare direttamente in contatto con gli hosts per accordarsi su date d’arrivo e periodi di permanenza. In certi casi potranno essere gli hosts a scrivere e farsi sentire per primi, a seconda di abilità ed esperienze elencate sulla propria bio.

 

Pro e contro dell’usare Workaway

Partiamo dai contro. Il primo grande “meno” che mi sento di segnalare è che le tasse d’iscrizione non coprono eventuali spese mediche sostenute in loco. Tradotto: bisogna provvedere da sé all’assicurazione sanitaria/di viaggio. Stesso vale, ovviamente, anche per voli e spostamenti vari.

Secondo (e a mio avviso ultimo) punto dolente riguarda l’ambiente e le persone. Non è sempre detto sia semplice “cliccare” con il proprio host o con gli altri volontari. Questo, aggiunto alla lontananza da casa e sistemazioni spesso “spartane”, potrebbe far desistere i meno determinati e convinti.

Ma passiamo ai pro, che sono sicuramente molti di più! In primis, con un’esperienza di volontariato all’estero si esce dal “tracciato” del turismo di massa. Lavorando con famiglie o piccole imprese locali, è possibile immergersi in nuove culture, comprenderne tradizioni ed usanze, e in generale vivere una esperienza più autentica e meno “filtrata”.

Altra grande opportunità che Workaway offre è conoscere viaggiatori e volontari provenienti da tutto il mondo. Mangiando e dormendo sotto lo stesso tetto, si stringono moltissime amicizie, si scoprono curiosità su paesi diversi, e ci si rende conto che, in fondo, si è tutti simili quando si viaggia con uno zaino sopra le spalle.

Ultimo – ma non meno importante – punto a favore di questo genere di esperienza riguarda la stabilità e la sicurezza. Avere una propria routine, un letto pulito e un contatto per ogni evenienza consente di vivere la permanenza all’estero con maggiore tranquillità e minore stress.

 

In conclusione

Dopo quattro mesi come insegnante d’inglese a Ho Chi Minh, non potrei essere più felice. Ho avuto modo di incontrare viaggiatori provenienti da Canada, Olanda, Colombia, Sud Africa e Nuova Zelanda. Ho scoperto le storie incredibili dei miei giovani studenti, visitato le loro famiglie e condiviso splendidi momenti che ricorderò per sempre.

E, soprattutto, ho avuto modo di comprendere fino in fondo costumi e abitudini del popolo vietnamita.

 

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